Posteggiate
(alle ore 9) le auto in piazza S. Francesco, nel centro di Forza d'Agrò,
ci incamminiamo per la via SS. Annunziata. Subito a destra c'è la
chiesa Madre dedicata a Maria SS. Annunziata e Assunta con la sua bella
facciata barocca. Proseguendo, sulla destra si aprono dei vicoli che
danno sulla Valle d'Agrò e sulla riviera e che costituiscono una delle
attrattive più singolari di questo bellissimo borgo.
In
fondo alla via SS. Annunziata, in piazza S. Antonio, prendiamo a
sinistra una scalinata che porta al Castello normanno - saraceno (XII
sec.). A metà strada, sulla destra, imbocchiamo un sentiero in mezzo
all'erba che sbuca su una sterrata che abbandoniamo poco dopo per una
stradina che muore a Piano Scala. Il trekking a questo punto entra nel
vivo e si fa particolarmente interessante per le scoperte che da qui a
poco faremo e che arricchiscono il nostro bagaglio di conoscenze con
alcuni mirabili esempi di cultura rurale.
Piano
Scala è un posto molto bello e prende il nome da un'antica e suggestiva
scala scavata nella roccia, delimitata da un muretto a secco, a ridosso
di alcuni picchi rocciosi che prendono il nome di Rocche Scala. Si
tratta di un'antica via utilizzata dai contadini per raggiungere i loro
poderi che si affacciano su Fondaco Parrino e sul torrente Caliero e che
per buona parte ora sono stati abbandonati.
Sulla
scala c'incrociamo con una coppia di anziani contadini con il loro mulo,
che sta raggiungendo il suo piccolo orticello. Dopo averla salutata, la
superiamo per arrivare dall'altra parte delle Rocche sulla sterrata
dove, in contrada Grutta, un anno sì e l'altro no a fine maggio, in
occasione della festa della SS. Trinità, s'incontrano le confraternite
di Forza d'Agrò e Gallodoro.
Prendiamo
a destra, la strada è in leggera salita. Ad un centinaio di metri,
sulla sinistra, nei pressi di un rudere scorgiamo un monolite di
calcare. Ci avviciniamo e ci accorgiamo che sull'enorme pietra sono
state realizzate profonde incisioni che servivano per raccogliere acqua
piovana. Di fronte al masso, sempre scavate nella pietra, due vasche
comunicanti, che fanno pensare ad un ingegnoso palmento. La conferma ce
la danno i due anziani di prima, che c'informano che in tutta la zona di
questi palmenti ce n'erano diversi. Al ritorno a Messina, una rapida
consultazione in biblioteca ci permette di scoprire che quella zona di
Forza d'Agrò, che sulla cartina non ha nome, ma che gli anziani
indicano con "Supragianni", era ricca di vigneti e che
veniva prodotto un vino pregiato, il "Taormenitano".
Nei
pressi di un altro rudere, che dà sulla Valle dell'Agrò, ci affacciamo
sul pianoro di Casale (dove molti secoli addietro sorgeva il paese),
dove spiccano tra il verde i ruderi della chiesa di San Michele, santo
che fu al centro di un'aspra contesa fra i forzesi e gli abitanti di
Savoca. Durante una processione del santo i savocesi assalirono i
forzesi e s'impadronirono della statua di cartapesta, che venne
sistemata all'interno di una chiesa realizzata allo scopo a Savoca.
Costeggiata
una barriera frangivento di fichi d'india, arriviamo alle 11 a Monte
Recavallo.
Monte
Recavallo non è un vero e proprio monte, anche se sulla cartina
topografica è segnato come tale. E' alto, infatti, solo 544 metri. Ma
l'anonimo cartografo militare, a nostro giudizio, non si è sbagliato a
indicarlo così perché per una serie di circostanze fortunate, da esso
è possibile abbracciare a 360 gradi un panorama ineguagliabile, che da
montagne più alte non è dato godere.
Davanti
a noi il mare Jonio, di fronte la Calabria, a sinistra la riviera jonica
fino a Capo Alì. Quindi, ruotano in senso antiorario e risalendo con lo
sguardo tutta la Valle dell'Agrò: Savoca, Casalvecchio, Monte Scuderi,
Pizzo Vernà, Limina, dietro il quale spicca la Rocca di Novara (1340
m). Poi, ancora, Roccafiorita, sul quale incombe monte Kalfa (1000 m).
Laggiù, lontana e maestosa come sospesa in cielo ecco l'Etna, tutta
imbiancata e con l'immancabile pennacchio. Infine, Monte Ziretto e il
golfo di Mazzarò.
A
Monte Recavallo si arriva da forza d'Agrò, con Savoca il paese più
bello e suggestivo della riviera jonica messinese, che nulla ha da
invidiare per posizione e bellezze naturali a Taormina. A Forza d'Agrò
(429 m slm) giungiamo dopo aver percorso i quattro chilometri di rapidi
tornanti della strada che s'imbocca a Capo Sant'Alessio, il leggendario
"Argennon Akron" di greca memoria. Di Forza d'Agrò, o meglio
del "Vicum Agrillae" si parla la prima volta nell'atto di
donazione fatto dal Conte Ruggero il Normanno nel 1117 a Gerasimo, primo
abate del monastero basiliano dei SS. Pietro e Paolo (XII sec., che si
trova sull'argine destro della Fiumara).
Scattate
decine di foto e diapositive, riprendiamo il cammino scendendo verso la
Valle dell'Agrò, cercando di tenerci lontani dalla sterrata (una buona
escursione cerca di evitarle il più possibile).
La
nostra prossima meta è un altro palmento, realizzato con grande abilità
inglobando un blocco di calcare in una casa con due ambienti dove sono
state scavate le vasche.
D'ora
in avanti il cammino si fa più tranquillo ed in parte diventa un po'
monotono non fosse per i panorami che ad ogni curva si aprono a perdita
d'occhio. Alle 12,10 dopo aver percorso poco più di 6 chilometri e
imboccato una mulattiera sulla destra, consumiamo su un bel prato una
rapida colazione a sacco.
Davanti
a noi, in basso la frazione Scifì (dove sono in corso importanti scavi
archeologici sotto il patrocinio della sede comprensoriale Val d'Agrò
dell'Archeoclub d'Italia) e dall'altra parte del torrente la bellissima
chiesa basiliana dei SS. Pietro e Paolo d'Agrò.
La
via del ritorno a Forza d'Agrò, lasciando alla nostra sinistra la
fiumara, è tra ulivi, querceti e alberi da frutto, su una sterrata fin
troppo comoda. Il paese ci appare, dopo una svolta, visto un po' dal
basso, in tutta la sua bellezza: svettano contro il cielo azzurro, la
Chiesa della Triade e il Castello, dove facciamo una rapida puntata,
dopo aver preso un po' di fiato (sono le 15 ed abbiamo percorso 12
chilometri in tutto), per ammirare Forza dall'alto e lasciarci catturare
dai suoi vertiginosi panorami.
Sotto
il maniero è uno sfacelo. Ai lati delle suggestive viuzze case
sventrate, ruderi. Le percorriamo in silenzio e con rabbia sorda
pensando a quanto detto qualche anno addietro da re Gustavo di Svezia,
esperto archeologo, che dopo aver visitato Forza d'Agrò rivolgendosi al
sindaco dell'epoca chiese: "Perché nessuno ha cura di tutte le
meraviglie di questo magnifico paese?".
Appunto,
perché?.